La Saggezza della Vita
Non puoi creare un Mondo Nuovo con gli stessi inganni di quello Vecchio.

Farci vedere. Apparire. Diventare ciò che gli altri si aspettano. Nascondere le debolezze, esibire i risultati, dimostrare continuamente di essere qualcuno. Correre verso ciò che non abbiamo, senza riuscire ad abitare ciò che siamo.
Difendere la nostra immagine, controllare ciò che ci spaventa, giudicare ciò che non comprendiamo e opporre resistenza a tutto quello che la vita ci chiede di rimettere in discussione.
E questa la chiamiamo vita. A volte, addirittura, la chiamiamo successo.
Abbiamo imparato a presentarci, ma non necessariamente a conoscerci. A competere, ma non a incontrarci. A farci riconoscere, ma non a riconoscere il nostro valore quando nessuno ci guarda. Dentro questa educazione all’apparenza, l’altro diventa facilmente qualcuno da superare, da convincere, da controllare. Oppure qualcuno dal quale ottenere finalmente quella conferma che non riusciamo a darci. Una macchina infernale che alimentiamo anche noi, ogni volta che trattiamo la separazione come una condizione inevitabile e la competizione come l’unico modo possibile di stare al mondo.
Ma c’è qualcosa che considero ancora più insidioso: ritrovare questo stesso meccanismo proprio nei luoghi che promettono di aiutarci a uscirne. Cambiano le parole, cambiano gli abiti, cambiano i simboli. Si parla di amore, coscienza, energia, libertà, risveglio. Eppure, dietro quel linguaggio, possono rimanere intatti il bisogno di superiorità, la ricerca di approvazione, la dipendenza da una guida e l’ossessione di diventare finalmente qualcuno di speciale.
Prima dovevi dimostrare di essere più ricco, più bello, più importante. Adesso devi dimostrare di essere più consapevole, più allineato, più evoluto. Prima cercavi un titolo per sentirti all’altezza. Adesso collezioni attestati, iniziazioni ed esperienze per sentirti spiritualmente riconosciuto. Ma se il bisogno che muove tutto rimane quello di dimostrare che vali, che cosa è cambiato davvero? Non sei uscito dalla prigione. Hai soltanto cambiato il modo di arredarla.
Come possiamo creare un mondo nuovo se continuiamo a utilizzare gli stessi inganni di quello vecchio? Come possiamo parlare di libertà mentre rendiamo le persone dipendenti dalla nostra approvazione? Come possiamo insegnare l’amore alimentando la paura di non essere abbastanza? Come possiamo proclamare l’unità e poi dividere gli esseri umani tra quelli “risvegliati” e quelli che, secondo noi, non hanno ancora capito nulla?
Queste domande riguardano anche me. Soprattutto me, quando mi trovo davanti a qualcuno che mi affida una parte della propria fragilità. Chi accompagna altre persone ha la responsabilità di interrogarsi su ciò che sta realmente alimentando: la loro autonomia o il proprio bisogno di essere indispensabile? La loro capacità di scegliere o la loro fedeltà? Il loro incontro con se stesse o l’ammirazione verso chi le guida?
Ogni giorno incontro persone che mi chiedono aiuto per attraversare la sofferenza, la paura e quel senso di scarsità che sembra accompagnarle da sempre. Molte hanno alle spalle anni di corsi, percorsi, cerchi, pratiche e lavori interiori. Non considero la loro sofferenza una prova di fallimento, né penso che tutto ciò che hanno fatto sia stato inutile. Ma sento il dovere di porre una domanda: quanto di ciò che abbiamo imparato è diventato un modo diverso di vivere, e quanto è rimasto soltanto un modo diverso di parlare?
Puoi conoscere perfettamente il linguaggio dell’amore e continuare a ferire chi ti è vicino. Puoi parlare di abbondanza e vivere ogni relazione come una competizione. Puoi insegnare la fiducia e voler controllare ogni cosa. Puoi pronunciare la parola “cuore” cento volte al giorno e non riuscire ad ascoltare una persona che mette in discussione quello che dici. È lì che si vede la distanza tra conoscenza e trasformazione. Non sul palco. Non in un attestato. Nella vita.
Non sto dicendo che studiare non serva. Sto dicendo che nessuna quantità di informazioni può fare al posto nostro il lavoro di mettere in discussione il modo in cui viviamo. Sapere qualcosa non significa incarnarlo. Comprendere un insegnamento non significa averlo attraversato. E frequentare chi parla di libertà non ci rende automaticamente liberi.
Quando parlo di povertà spirituale, non parlo del conto in banca, dei libri letti o delle pratiche conosciute. Parlo di quella condizione in cui investiamo più energia nel difendere ciò che vogliamo sembrare che nell’incontrare ciò che siamo. Nutriamo un’immagine e lasciamo affamata la nostra vita. Vogliamo apparire sereni, ma non ascoltiamo il dolore. Vogliamo sembrare forti, ma ci vergogniamo di chiedere aiuto. Vogliamo essere riconosciuti come autentici, ma nascondiamo tutto ciò che potrebbe renderci meno ammirabili.
Per me, avvicinarsi alla propria vera natura significa iniziare a interrompere questa finzione. Riconoscere una paura senza trasformarla in una vergogna. Ammettere un errore senza costruire una giustificazione. Dire un no senza dover dimostrare che l’altro è sbagliato. Collaborare senza sentirsi sminuiti. Lasciare spazio alla gioia senza doverla esibire. Non significa diventare invulnerabili o non soffrire più. Significa smettere di aggiungere, alla fatica di vivere, quella di dover essere continuamente qualcun altro.
Io non mi metto fuori da tutto questo. Conosco il bisogno di essere riconosciuto, la tentazione di controllare, la resistenza davanti a ciò che mi chiede di cambiare. E mi perdono. Non per giustificarmi e continuare come prima, ma per assumermi la responsabilità di scegliere diversamente senza trasformare ogni limite in una condanna. Questo, per me, fa parte del gioco della vita: accorgersi, riconoscere, correggere, ricominciare.
Alla fine dei nostri giorni, non sarà decisivo quante volte avremo parlato di un mondo nuovo. Conterà ciò che avremo nutrito con la nostra presenza, con il nostro esempio e con le nostre scelte. Avremo alimentato paura o fiducia? Dipendenza o autonomia? Apparenza o verità? Avremo avuto bisogno di rendere gli altri più piccoli per sentirci grandi, oppure avremo contribuito a renderli più liberi, anche liberi da noi?
Il mondo che dici di desiderare deve cominciare a esistere nel modo in cui tratti le persone. Altrimenti non lo stai creando. Lo stai soltanto raccontando.
Chris
