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Nessuno verrà a salvarci: il cambiamento comincia dalla responsabilità individuale

Chris Di Meo
Nessuno verrà a salvarci: il cambiamento comincia dalla responsabilità individuale
La Saggezza della Vita · Immagine editoriale

C’è una frase attribuita all’esploratore Robert Swan che contiene una verità molto più ampia della sola questione ambientale: “La più grande minaccia per il nostro pianeta è la convinzione che lo salverà qualcun altro.” È una frase che parla della Terra, certamente, ma parla soprattutto dell’essere umano. Parla della nostra tendenza ad aspettare.

Aspettare che cambi la politica, che cambino le istituzioni, che qualcuno trovi una soluzione, che arrivino persone più preparate, più coraggiose, più consapevoli di noi. Aspettare che il mondo diventi diverso prima di decidere di diventare diversi noi stessi.

Forse una delle convinzioni più pericolose del nostro tempo è proprio questa: pensare che la responsabilità appartenga sempre a qualcun altro. Quando osserviamo ciò che accade intorno a noi è facile sentirsi piccoli davanti alla complessità dei problemi. Cambiamento climatico, guerre, disuguaglianze, crisi economiche, perdita di valori, solitudine, sfruttamento delle risorse, conflitti sociali. Davanti a tutto questo può nascere una sensazione di impotenza: “Io cosa posso fare?”. E proprio da questa domanda può iniziare una rinuncia silenziosa. Se il problema è troppo grande, allora dovrà occuparsene qualcun altro. Ma quando milioni di persone pensano nello stesso modo, l’immobilità individuale diventa una condizione collettiva.

La responsabilità, però, non significa attribuirsi il peso del mondo sulle spalle. Non significa credere che un singolo individuo possa risolvere da solo problemi enormi e complessi. Significa qualcosa di molto più concreto: smettere di considerarci separati da ciò che accade. Perché il mondo non è un luogo esterno a noi. Ne facciamo parte ogni giorno attraverso ciò che consumiamo, scegliamo, sosteniamo, insegniamo, tolleriamo, costruiamo e trasmettiamo agli altri.

Ogni scelta crea una direzione. Il modo in cui utilizziamo le risorse, il modo in cui trattiamo le persone, il modo in cui lavoriamo, acquistiamo, educhiamo i nostri figli, utilizziamo il nostro denaro, rispettiamo la natura e partecipiamo alla comunità contribuisce, anche in piccola parte, alla realtà collettiva. Nessun gesto isolato cambierà da solo il pianeta, ma nessun cambiamento collettivo può esistere senza trasformazioni individuali che, sommandosi, diventano cultura.

Forse abbiamo commesso un errore nel pensare alla parola “salvare”. Salvare il pianeta non significa soltanto proteggere foreste, mari e animali. Significa anche recuperare un modo differente di percepire il nostro rapporto con la vita. Finché considereremo la Terra semplicemente come una risorsa da utilizzare, qualcosa resterà profondamente separato dentro di noi. La questione non riguarda soltanto ciò che facciamo alla natura, ma come ci percepiamo rispetto alla natura.

Per millenni l’essere umano ha vissuto sapendo di dipendere dalla Terra. Conosceva le stagioni, osservava il cielo, rispettava i cicli, comprendeva che acqua, cibo, fuoco e territorio determinavano direttamente la possibilità stessa della vita. La modernità ci ha offerto possibilità straordinarie, ma ci ha anche dato l’illusione di poter vivere separati dalle sorgenti della nostra esistenza. Apriamo un rubinetto e troviamo acqua. Entriamo in un supermercato e troviamo cibo. Accendiamo un interruttore e arriva energia. Il processo che rende possibile tutto questo rimane spesso invisibile. E quando le conseguenze delle nostre azioni diventano invisibili, diventa più facile dimenticare la responsabilità.

Ma la Terra non è soltanto il luogo nel quale viviamo. È la condizione che rende possibile la nostra vita. Non esiste economia senza ecosistema. Non esiste progresso senza risorse. Non esiste salute umana completamente separata dalla qualità dell’ambiente nel quale viviamo. Non esiste futuro individuale che possa essere realmente indipendente dal futuro collettivo.

Per questo il cambiamento più profondo non può nascere soltanto dalle regole. Le leggi sono necessarie. Le istituzioni hanno responsabilità enormi. Le aziende hanno un ruolo fondamentale. La scienza, la tecnologia e la politica possono generare trasformazioni decisive. Ma nessuna struttura potrà mai sostituire completamente la coscienza dell’essere umano che la utilizza.

Possiamo creare tecnologie sempre più avanzate e continuare a utilizzarle attraverso una mentalità predatoria. Possiamo costruire sistemi apparentemente sostenibili e continuare interiormente a essere governati dall’avidità, dall’accumulo e dall’indifferenza. Possiamo parlare di futuro senza essere disponibili a modificare minimamente il nostro presente.

È qui che la frase di Robert Swan diventa una domanda rivolta personalmente a ciascuno di noi:

Che cosa sto aspettando che faccia qualcun altro?

Forse questa domanda non riguarda soltanto il pianeta.

Quante volte aspettiamo che sia qualcun altro a salvare la nostra relazione? A cambiare l’ambiente di lavoro? A creare una comunità diversa? A fare il primo passo? A chiedere scusa? A prendere posizione? A costruire qualcosa di nuovo?

L’attesa di un salvatore esterno è una delle forme più sottili attraverso cui rinunciamo al nostro potere.

Essere responsabili significa invece riconoscere che, anche quando non possiamo controllare tutto ciò che accade, possiamo decidere come partecipare a ciò che accade.

Possiamo scegliere di essere parte del problema oppure parte di una possibilità nuova.

E questa scelta non richiede necessariamente gesti straordinari.

Richiede coerenza.

La coerenza tra ciò che diciamo di amare e il modo in cui viviamo. Tra il futuro che desideriamo e le scelte che facciamo oggi. Tra il rispetto che chiediamo e quello che siamo disponibili a offrire. Tra il mondo che immaginiamo e il tipo di essere umano che stiamo diventando.

Forse la vera rivoluzione ecologica comincia proprio qui: nel superamento della separazione.

Quando comprendiamo che prenderci cura della Terra significa prenderci cura di noi stessi. Quando proteggere la vita non è più un dovere imposto dall’esterno, ma una naturale conseguenza del sentirci parte della vita stessa.

Non abbiamo bisogno di aspettare un nuovo salvatore.

Abbiamo bisogno di milioni di esseri umani che smettano di considerarsi spettatori.

Persone capaci di chiedersi ogni giorno: qual è la parte che mi appartiene?

Non per senso di colpa.

Per responsabilità.

Non perché possiamo fare tutto.

Ma perché possiamo sempre fare qualcosa.

E forse il futuro non dipenderà soltanto dalle grandi decisioni prese nelle stanze del potere. Dipenderà anche dalla quantità di persone che, a un certo punto, comprenderanno una cosa molto semplice:

la Terra non appartiene a qualcun altro. La vita non appartiene a qualcun altro. Il futuro non appartiene a qualcun altro.

Appartiene anche a noi.

E quando smettiamo di aspettare che qualcuno venga a salvarlo, iniziamo finalmente a diventare parte del cambiamento che stavamo aspettando.

Con amore,
Chris