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La chiamavo normalità. Era scarsità.

Chris Di Meo
La chiamavo normalità. Era scarsità.
La Saggezza della Vita · Immagine editoriale

Mi sono accorto di essere stato nella scarsità soltanto quando ho iniziato realmente a sperimentare il benessere. Prima vedevo le difficoltà, ciò che non funzionava, ciò che desideravo e non riuscivo a raggiungere, le tensioni, le rinunce, la fatica.

Ma non vedevo ancora la cosa più importante: quanto il senso di mancanza fosse diventato il punto dal quale osservavo la mia intera vita. Ero consapevole di ciò che mi mancava, ma non ero consapevole di quanto la mancanza determinasse il mio modo di pensare, reagire, desiderare, lavorare e scegliere.

È una differenza enorme, perché una cosa è sapere che qualcosa non va, un’altra è riconoscere il Campo interiore dentro il quale quel disagio continua a prendere forma.

Per molto tempo avevo chiamato tutto questo normalità. Oggi posso dirlo con maggiore chiarezza: era scarsità.

Quando viviamo abbastanza a lungo dentro una certa condizione, smettiamo progressivamente di considerarla una condizione. Diventa semplicemente “la vita”. Impariamo a gestirla, a sopportarla, a organizzarci intorno ad essa. Diventiamo persino molto bravi a funzionare dentro ciò che ci fa stare male.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più insidiosi della scarsità: puoi diventare estremamente efficiente nel sopravvivere senza accorgerti che hai smesso di vivere.

La scarsità, infatti, non riguarda soltanto il denaro. Sarebbe troppo semplice ridurla a questo. È una modalità di percezione. È quel sottofondo che continua a suggerirti che manca sempre qualcosa prima che tu possa finalmente rilassarti. Devi raggiungere un altro risultato. Devi dimostrare ancora qualcosa. Devi guadagnare di più. Devi essere più riconosciuto. Devi sistemare tutto. Devi essere indispensabile. Devi controllare ciò che accade. E soprattutto non puoi fermarti, perché nel momento in cui ti fermi potresti incontrare una domanda che hai evitato per anni: “Se smettessi di rincorrere continuamente qualcosa, riuscirei ancora a sentire il mio valore?”.

A volte chiamiamo ambizione l’impossibilità di sentirci soddisfatti. Chiamiamo generosità la paura di deludere. Chiamiamo prudenza il bisogno di controllare ogni cosa. Chiamiamo responsabilità l’incapacità di delegare. Chiamiamo forza il non permetterci mai di chiedere aiuto.

Naturalmente ambizione, generosità, prudenza e responsabilità possono essere qualità meravigliose. La domanda è un’altra: da quale luogo nascono? Posso lavorare moltissimo perché amo ciò che sto creando oppure perché, quando smetto, mi sento inutile. Esteriormente il comportamento può sembrare identico. Interiormente appartiene a due mondi completamente differenti.

Questo è uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto dalla mia esperienza: non è soltanto ciò che fai a raccontare chi sei. È il Campo dal quale lo fai. La scarsità più difficile da riconoscere è proprio quella che abbiamo smesso di chiamare scarsità perché l’abbiamo trasformata in identità: “Io sono fatto così”. Ed è una frase potentissima, perché ciò che definiamo identità smettiamo quasi sempre di metterlo in discussione.

Per me raggiungere il benessere ha avuto una funzione sorprendente. Non mi ha soltanto dato qualcosa in più. Mi ha permesso di vedere ciò a cui mi ero abituato. È come vivere per anni con un rumore di fondo. All’inizio lo senti. Poi impari a conviverci. Dopo un po’ non te ne accorgi nemmeno più. Ma quando improvvisamente quel rumore cessa, il silenzio ti fa comprendere quanto fosse stato presente. Il rumore non è iniziato nel momento in cui l’hai riconosciuto. Era già lì. Ti mancava semplicemente un’esperienza differente con la quale confrontarlo. È questo che è accaduto a me.

Ho cominciato a comprendere la scarsità quando ho sperimentato la differenza tra riposare e riposare senza sentirmi in colpa. Tra ricevere qualcosa e riuscire ad accoglierlo senza pensare immediatamente di doverlo restituire. Tra essere riconosciuto e non avere bisogno di quel riconoscimento per stabilire il mio valore. Tra avere una possibilità e non sentire di doverla afferrare per paura che non ne arrivi mai un’altra. Sono differenze sottili dall’esterno, ma interiormente cambiano tutto.

E allora ho compreso che per anni avevo associato il benessere soprattutto all’assenza di problemi. Oggi lo considero qualcosa di molto più profondo: non vivere continuamente come se dovessi difendermi dalla vita. Questo non significa che quando raggiungi una condizione di benessere smetti di avere problemi. Non significa che non avrai più paura, difficoltà economiche, crisi, imprevisti o momenti di incertezza. Significa che queste esperienze non devono necessariamente diventare il luogo dal quale definisci chi sei.

Ed è qui che si trova, secondo me, una delle grandi differenze tra avere di più e vivere nel benessere. Puoi avere molto e continuare a vivere profondamente nella scarsità. Puoi raggiungere un risultato importante e sentire immediatamente che non basta. Puoi aumentare il reddito e aumentare contemporaneamente la paura di perderlo. Puoi ottenere il riconoscimento che desideravi e diventare ancora più dipendente dal bisogno di mantenerlo. Puoi accumulare e continuare interiormente a sentirti in pericolo.

La scarsità possiede una caratteristica particolare: sposta continuamente il traguardo. “Starò bene quando…” Quando guadagnerò quella cifra. Quando avrò quella casa. Quando arriverà quella persona. Quando mi sentirò finalmente riconosciuto. Quando avrò risolto tutti i problemi.

E la vita diventa progressivamente una sala d’attesa. Continuiamo a preparare il momento nel quale inizieremo finalmente a vivere.

Il benessere, almeno per come ho imparato a comprenderlo, interrompe questa equazione. Mi permette di dire: posso desiderare di più senza sentirmi di meno. Posso voler crescere senza disprezzare il punto nel quale mi trovo. Posso costruire il futuro senza trattare il presente come una vita provvisoria.

Per me questa è una forma di ricchezza molto più grande. Non elimina l’ambizione. La libera. Non elimina il desiderio. Lo libera dalla disperazione. Non elimina gli obiettivi. Impedisce agli obiettivi di diventare il tribunale nel quale ogni giorno stabilisco quanto valgo. Ed è qui che il lavoro Munay incontra profondamente il tema della scarsità. Non basta chiedersi: “Quanto possiedo?” Occorre iniziare a domandarsi: “Da quale Campo sto vivendo ciò che possiedo e ciò che ancora desidero?” La vera domanda non è soltanto economica. È percettiva. Quando arriva un’opportunità, vedo una possibilità o immediatamente una minaccia? Quando qualcuno prospera, mi ispira o mi fa sentire più piccolo? Quando ricevo, provo gratitudine o colpa? Quando devo dichiarare il mio valore, riesco a farlo oppure sento di dovermi giustificare? Quando mi fermo, sento pace oppure l’impressione di stare perdendo tempo? Quando raggiungo qualcosa, riesco ad abitarlo almeno per un momento oppure sono già mentalmente proiettato sul risultato successivo?

Queste domande possono raccontare il nostro rapporto con la scarsità molto più di un estratto conto.

C’è poi un altro punto che considero fondamentale. Per anni abbiamo immaginato il cambiamento secondo una sequenza quasi obbligatoria: prima devo comprendere il problema, poi trasformarlo e soltanto alla fine potrò vivere diversamente. Ma la mia esperienza mi ha mostrato anche il percorso opposto. A volte è l’esperienza nuova a permetterti di comprendere veramente la vecchia.

Non sapevo fino in fondo quanto fossi abituato alla tensione finché non ho sperimentato una maggiore pace. Non comprendevo completamente alcuni meccanismi della scarsità finché non ho iniziato ad attraversare una relazione differente con il benessere.

E questo vale per moltissime dimensioni della vita.

Puoi conoscere perfettamente il significato della parola fiducia e non sapere ancora come ci si sente quando non devi controllare ogni cosa.

Puoi parlare di amore per anni e scoprire soltanto dentro una relazione sana quante cose avevi chiamato amore che erano paura, dipendenza o bisogno.

Puoi studiare il concetto di libertà e accorgerti soltanto dopo una scelta coraggiosa di quante decisioni prendevi per non perdere l’approvazione degli altri.

Ci sono conoscenze che diventano reali soltanto quando diventano esperienza. Per questo considero pericolosa una crescita personale fatta esclusivamente di comprensioni. Possiamo diventare estremamente bravi a spiegare i nostri problemi e continuare a viverli. Conosciamo la nostra infanzia, le nostre ferite, le nostre credenze, i nostri schemi. Ma arriva un momento in cui la domanda deve cambiare. Non soltanto: “Perché sono così?”. Ma: “Quale esperienza nuova sono disposto a vivere per scoprire chi potrei essere senza questo schema?” A volte basta pochissimo per aprire quella soglia. Una relazione nella quale non devi continuamente conquistare il tuo posto. Una giornata nella quale ti concedi di fermarti senza sentirti in colpa. Un pagamento ricevuto senza svalutare il tuo lavoro. Un confine messo senza paura di perdere qualcuno. Una scelta presa senza tradire ciò che senti.

Forse non cambia immediatamente tutta la tua vita, ma accade qualcosa di fondamentale: scopri che esiste anche un altro modo. E quando hai vissuto anche soltanto per un momento un Campo differente, diventa molto più difficile continuare a sostenere che il vecchio sia l’unico possibile.

C’è però un’ultima attenzione che considero essenziale.

Riconoscere oggi la scarsità che ho vissuto ieri non mi autorizza a disprezzare la persona che ero. Sarebbe un altro modo di separarmi da me stesso. Quella parte di me ha fatto ciò che poteva con la consapevolezza, gli strumenti e le esperienze che possedeva allora. Si è adattata. Ha cercato sicurezza. Ha costruito strategie. Alcune mi hanno aiutato. Altre, con il tempo, sono diventate limiti. Oggi posso riconoscerle senza condannarle. La nuova consapevolezza non deve diventare un tribunale contro il nostro passato. Deve diventare responsabilità verso il nostro presente. E lo stesso vale quando guardiamo gli altri. Non posso pretendere che una persona riconosca una scarsità che per lei è ancora normalità. Posso condividere ciò che ho vissuto. Posso creare esperienze. Posso fare domande. Posso mostrare una possibilità. Ma ognuno deve incontrare la propria soglia.

Oggi, quando penso alla scarsità, non penso più soltanto a ciò che avevo o non avevo. Penso soprattutto allo spazio che la mancanza occupava dentro di me. E questa per me è stata una delle comprensioni più profonde.

Il benessere non mi ha soltanto mostrato che potevo avere di più. Mi ha mostrato che potevo vivere diversamente. Potevo continuare a desiderare senza sentirmi insufficiente. Potevo crescere senza scappare da me stesso. Potevo costruire senza sentire che ogni giorno fosse una lotta per dimostrare il mio valore. Potevo ricevere. Potevo fermarmi. Potevo riconoscere ciò che già esisteva.

Ed è forse questa la domanda che voglio lasciare a chi legge: quanta parte di ciò che oggi chiami “normalità” potrebbe essere semplicemente una condizione alla quale ti sei abituato?

E soprattutto: se esistesse un modo diverso di vivere, riusciresti a concederti la possibilità di incontrarlo? Perché a volte non riconosciamo la scarsità mentre siamo dentro di essa. La riconosciamo quando, anche soltanto per un momento, incontriamo qualcosa di diverso.

E da quel momento non possiamo più dire di non aver visto.

La chiamavo normalità. Era scarsità. Il benessere non mi ha soltanto dato qualcosa in più. Mi ha restituito un modo diverso di guardare la vita.

Con amore,
Chris